DAL GIAPPONE/ 150mila figli rapiti: quando una cultura genera solitudine e suicidi

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Ogni anno in Giappone circa 150mila minori vengono rapiti da uno dei genitori, normalmente la madre, senza che il padre possa mai più rivederli

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Tommaso Perina in tribunale (Foto M. Spola)

TOKYO – Nonostante il Giappone sia considerato un paese armonioso ed equilibrato, dove tutti si rispettano e sono estremamente gentili e pacifici, circa 150mila minori ogni anno vengono rapiti da uno dei genitori, normalmente la madre, senza che il padre possa mai più rivedere i propri figli. Un sistema giudiziario medievale che non abbandona le vecchie tradizioni, dove tribunali e forze dell’ordine glissano senza intervenire e i politici ignorano le pressioni dei paesi esteri, considerato che il Giappone ha firmato nel 1994 il trattato Onu sui diritti del Fanciullo e nel 2014 la Convenzione dell’Aja per la tutela dei minori.

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Un sistema giudiziario parallelo, perché se da un lato firmando tutti gli accordi internazionali i politici giapponesi hanno voluto far credere al mondo di rispettare i protocolli sui diritti umani, al suo interno continuano a fare quello che vogliono secondo tradizioni culturali dure a morire, ignorando e trascurando le esigenze dei bambini che rimangono schiacciati di questa inerzia culturale.

Tra le vittime di questo sistema giudiziario c’è anche Tommaso Perina, manager italiano che vive in Giappone dal 2003, conoscitore della cultura locale oltre che della lingua. Tommaso non si è arreso e insieme ad altri padri ha deciso di non mollare, mobilitando non solo le ambasciate di ben ventisei paesi, ma anche primi ministri e direttamente l’Unione Europea.

Quello che è successo a Tommaso è una storia purtroppo molto comune ad altri padri che sono vittime di questo sistema. Si innamora di una giapponese, decidono di sposarsi, hanno due bellissimi figli dai tratti somatici unici che uniscono la bellezza degli occidentali con la finezza asiatica, la madre ad un certo punto si stanca e non sopportando di dover crescere la prole in un ambiente multiculturale, scappa con i figli, normalmente a casa dei genitori. A questo punto il padre è letteralmente escluso, inerme, non potrà mai più rivedere i figli, il tribunale e la polizia gli vietano di cercarli o anche solo di telefonare. Ogni rapporto coi figli è letteralmente azzerato, i bambini mai più vedranno il loro padre, se non un paio di volte all’anno per pochi minuti in presenza di un avvocato. Impossibile anche solo recapitare una lettera o consegnare un regalo di compleanno.

In Giappone non c’è l’affidamento congiunto ed è considerato traumatico esporre i figli al padre biologico se esso non vive più nella dimora. È un meccanismo violento soprattutto nei confronti dei bambini, che crescono con l’idea che il padre li abbia abbandonati. Normalmente la madre scappa e chiede il divorzio denunciando violenze domestiche, spesso inventate ma soprattutto mai verificate dai tribunali o dai servizi sociali. Il divorzio è una pratica amministrativa e il tutto viene convalidato spesso senza passare da un giudice o da un tribunale che verifichi i fatti.

La battaglia di Tommaso ha visto in questi anni l’intervento del presidente della Repubblica Mattarella, del primo ministro Conte e dell’allora ministro per la Famiglia Fontana, che hanno fatto pressioni sul governo Abe con un grande supporto dell’ambasciata italiana a Tokyo. L’ambasciatore Giorgio Starace si è preso particolarmente a cuore il dramma che attualmente riguarda all’incirca 20 genitori italiani, nella quasi maggioranza padri, e una trentina di minori italo-giapponesi. Sono inoltre 26 le ambasciate europee che nel marzo del 2018 hanno protestato con una “demarche” contro il ministro della Giustizia giapponese, affinché il Giappone si impegni a rispettare i trattati Un Crc e dell’Aja ma ancor più lo stato di diritto, in quanto in Giappone spesso e volentieri le sentenze civili emesse dai tribunali familiari non vengono rispettate.

Su questo tema, oltre alla nostra ambasciata, è particolarmente attiva quella francese. Il presidente Macron ha sollevato la questione direttamente al primo ministro Abe durante il G20 di Osaka nel 2019, il quale ha tagliato corto scaricando la questione al ministero della Giustizia, quindi nulla di fatto.

Tra i molti padri francesi vittime di questo dramma c’è anche Vincent Fichot con una situazione altrettanto drammatica. Un giorno nel 2018 rientrando a casa non trova nessuno. Guardando la telecamera di sicurezza vede sua moglie che nasconde i bambini nel baule della macchina, li copre con una coperta e scappa, come una ladra. Da quel giorno non ha più visto i figli e i vari tentativi legali di poterli rivedere sono finiti in un avviso della polizia che se si fosse spinto oltre sarebbero dovuti intervenire nei suoi confronti.

Attanagliati da questo senso di impotenza, Tommaso e Vincent hanno deciso di farsi carico del loro dramma e di quello di altre decine di padri iniziando una dura battaglia per aumentare la consapevolezza su questo dramma che il Giappone per troppi anni ha cercato di tenere nascosto. Molti altri padri purtroppo hanno rinunciato, un po’ perché soli e lontani da casa, un po’ perché distrutti dal dolore, talvolta per questioni economiche, ma soprattutto perché non è facile che uno straniero riesca a smuovere la presunzione che talvolta i giapponesi manifestano.

Lo scorso febbraio 2020 Tommaso e Vincent hanno presentato una petizione all’Unione Europea richiedendo che venisse revocato lo storico accordo di libero scambio tra i due paesi, l’Epa, in quanto il Giappone non rispetta gli accordi sui diritti umani e non applica lo stato di diritto, due fattori fondamentali alla base dell’accordo Spa che sta alla base del trattato economico Epa. Altra richiesta è stata che le ambasciate facessero una chiara informazione sul tema attraverso i propri siti mettendo ben in guardia i cittadini che volessero avventurarsi in un’esperienza del genere. Terzo, la richiesta di introdurre il visto a pagamento per i cittadini giapponesi che si recano in Ue.

L’8 luglio 2020 un importante passo avanti è stato fatto, il Parlamento europeo ha votato a favore della risoluzione che lancia un forte allarme al Giappone, chiedendogli un pronto impegno a risolvere questo dramma che vede coinvolti migliaia di bambini europei.

A prova del fatto che il tema è totalmente ignorato, Il Giappone non registra i casi dei bambini contesi, quindi le cifre sono molto aleatorie. Una cifra certa sembra essere quella di 150mila bambini ogni anno che vengono sottratti ad uno dei genitori, ma la senatrice Yukiko Kada sostiene che siano molti di più, addirittura oltre i 210mila. Tutti questi casi si chiudono con un divorzio amministrativo dovuto a violenze domestiche e la pratica normalmente si chiude senza nessuna verifica.

Ora, o i casi di violenza sono veri e allora il governo dovrebbe intervenire in quanto il problema sarebbe parecchio grave, o i casi di violenza sono inventati e allora il governo dovrebbe intervenire su questa leggerezza, sempre a danno di figli e un genitore. Siamo di fronte alla solita risposta giapponese di fronte ai casi complicati (il Covid insegna): se non puoi convincere, confondi.

L’Unione Europea dovrebbe comunque riflettere ed interrogarsi profondamente non solo su questa questione dei figli rapiti. Per stabilire alleanze commerciali come l’Epa, che garantisce il libero scambio di merci tra i due paesi, è importante che ci siano delle condizioni al contorno sui diritti umani condivise da entrambe le parti. Come ragione del suo impegno per difendere i diritti umani, l’Unione Europea è il più grande donatore nella lotta contro la pena di morte nel mondo, ma ha siglato un’alleanza con un paese come il Giappone dove ancora si pratica l’impiccagione.

Il sistema giapponese considera i rapimenti e il divorzio una faccenda privata da risolvere tra le mura domestiche. Manca il concetto di famiglia, tanto meno allargata e questo retaggio culturale reca gravi conseguenze sui bambini, che credono di essere stati rifiutati da un genitore. Nel 2018 è stato registrato il più alto tasso di suicidi tra i giovani, spesso vittime di bullismo e solitudine. Sicuramente siamo di fronte ad una società diversa dalla nostra, ma se la cultura può essere diversa, il cuore di un bimbo è uguale in ogni posto del mondo.

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