“In Giappone ‘rapire’ i nostri figli non è reato”

What is it about?

Sette padri italiani in Giappone combattono per poter vedere i loro figli, portati via dalle madri giapponesi. Un fenomeno che è valso al Paese la fama di “buco nero della sottrazione di bambini”. Per capire, abbiamo intervistato Tommaso, uno dei sette papà, e un’esperta di psicologia familiare di Tokyo

Ci sono almeno 9 bambini italiani in Giappone che stanno crescendo senza poter vedere i loro papà. E ci sono almeno sette padri italiani che quando pensano al Giappone vedono il “buco nero” dove hanno perso i loro figli. Sono uomini italiani che si sono trasferiti là, si sono sposati e hanno avuto figli con donne giapponesi. Non potevano immaginare che a un certo punto, tutto a un tratto, non avrebbero più potuto vedere i loro figli.

In Giappone il fenomeno della sottrazione di bambini da parte di un genitore è tanto diffuso che il Paese viene chiamato “il buco nero delle sottrazioni di bambini”. “Fa parte della loro cultura, non è considerato un reato: se uno dei due genitori porta via il figlio può farla franca e quasi sicuramente avrà l’affidamento del bambino”: a parlare, nel video qui sopra e nell’intervista telefonica successiva, è Tommaso Perina, uno dei sette papà italiani che non hanno più accesso ai loro figli.

Tommaso si è trasferito in Giappone, a Tokyo, nel 2003 e lì ha incontrato sua moglie. Una donna giapponese con la quale si è sposato nel 2012. “Abbiamo avuto due figli, un maschio e una femmina. Facevamo una vita normale, non avrei mai immaginato che potesse succedermi una cosa del genere”. 

A dicembre 2016 la moglie decide, per problemi di salute, di andare a stare per un po’ dai genitori a 400 chilometri da Tokyo e porta con sé i bambini. “I primi 4 giorni ci siamo sentiti normalmente, poi all’improvviso mi ha detto che dovevamo stare separati per un po’ e che i figli sarebbero rimasti con lei”. Poi lei chiede il divorzio.

Inizia il calvario di Tommaso: “Da quando se n’è andata ho potuto vedere i miei figli solo tre volte, per un totale di cinque ore e in condizioni disumane. Le visite si tenevano in una stanza chiusa a chiave e alla presenza dell’avvocato di mia moglie. Non potevo fare foto, non potevo dare loro regali. Mia moglie diceva che volevo rapirli e portarli in Italia e questo non è vero, tralasciando il fatto che i passaporti italiani dei bambini li ha portati con sé il giorno che li ha rapiti”.

È questo il termine che usa Tommaso: “rapiti”. “È un rapimento, come altro dovrei chiamarlo visto che sono ancora sposato, ho ancora la patria potestà eppure mi sono stati portati via i figli e non posso vederli”. È un anno che non vede i suoi piccoli, che ora hanno 5 e 3 anni, mentre è in corso una battaglia giudiziaria per avere l’affidamento o quanto meno la possibilità di incontrarli. 

Se lo ottenessi sarebbe un miracolo. Ma se anche dovessi riuscirci, mia moglie si opporrebbe alla sentenza e allora non ci sarebbe alcun modo per vedere i miei bambini”.

Come è possibile? “In Giappone manca un sistema che tuteli i diritti dei minori. Se un genitore porta via i figli e si impunta che non vuole farli vedere all’altro genitore, non c’è modo di riuscirci. Manca l’‘enforcement’, un sistema che applichi le sentenze di questo tipo. Non c’è modo che le autorità intervengano per farmi vedere i miei figli se mia moglie si oppone”.

Un problema legato alla legge e all’autorità, in cui però, ci spiega la professoressa Noriko Odagiri, esperta di Psicologia Familiare alla International University of Tokyo, un ruolo cruciale è giocato dal sistema di custodia dei minori in Giappone: “Il fenomeno della sottrazione di bambini per mano delle madri è così diffuso perché il mio Paese prevede solo l’affidamento esclusivo e non quello congiunto”.

Ecco perché “le madri, se vogliono separarsi o divorziare, portano via i bambini”. In questo modo non rischiano che il figlio voglia stare con il padre, cosa che, proprio per via dell’affidamento esclusivo, “sarebbe terribile per la madre”. Non solo: “Spesso i figli sono sottoposti a un lavaggio del cervello da parte delle madri in modo che si allontanino dai padri”.

Così, per quanto possa sembrare assurdo, in Giappone chi prima porta via il figlio di casa, alla fine vince. Questo succede perché i tribunali giapponesi fanno solitamente prevalere, di fronte al diritto del bambino di avere accesso a entrambi i genitori, il “principio di continuità”, come ci spiega Tommaso.

“L’iter giudiziario dopo che la madre ha portato via il figlio può durare anche due anni. Nel frattempo il bambino si è ambientato in un nuovo posto, magari va a scuola. Così il tribunale decide di lasciarlo nel suo ambiente perché ritiene che sia la cosa migliore per il bambino”. Con l’assurdo risultato che chi “sottrae” per primo il bambino, appunto, poi alla fine lo tiene sempre con sé.

Il fenomeno non riguarda solo le coppie “miste”, ma anche quelle con madre e padre giapponesi. Negli ultimi 20 anni, secondo quanto riporta la Kizuna Child-Parent Reunion, un’associazione che si batte per i diritti dei minori e dei genitori separati, sono circa 3 milioni i bambini che in Giappone non hanno più accesso a uno dei due genitori. 

Nell’85% dei casi il genitore con cui restano è la madre. “È un problema anche culturale”, sostiene Tommaso, “il padre deve lavorare fino a tardi, spesso torna a casa a mezzanotte. Non è visto come una figura idonea per crescere un figlio”.

La madre ritiene che il figlio sia una sua proprietà”, spiega la professoressa Odagiri. “In Giappone le donne hanno meno possibilità di fare carriera, spesso quando nasce un figlio lasciano il lavoro e da quel momento il loro lavoro principale diventa quello di essere mamme”. Ma non è sempre stato così. 

Fino agli anni ’60 circa, l’affidamento esclusivo veniva dato più spesso ai padri che alle madri. . Questo perché il padre era il capo della famiglia e le donne non avevano possibilità economiche fuori da casa. Con il tempo la situazione è cambiata, ma l’affidamento esclusivo è rimasto”. 

Ci sono speranze che la situazione cambi? “Il governo, anche grazie alle pressioni internazionali, sta valutando di introdurre l’affidamento congiunto”, spiega la professoressa. Introdurlo diminuirebbe le liti per la custodia dei piccoli e soprattutto permetterebbe a questi bambini di crescere con entrambi i genitori anche in caso di divorzio.

Una speranza per i padri, che in Giappone si sono ritrovati nella situazione di Tommaso, sembrava arrivare nell’aprile 2012, quando è stato modificato l’articolo 766 del Codice Civile giapponese, che regola l’affidamento dei figli.

Come ci spiega John Gomez, presidente della Kizuna Child-Parent Reunion, l’articolo è stato modificato secondo un’interpretazione per la quale “la sottrazione da parte di un genitore può essere considerata come un abuso e la persona che sottrae i figli non è ritenuta idonea all’affidamento”. 

Ma, continua Gomez, “da quando c’è stata la modifica, sei anni fa, ci sono stati più di un milione di divorzi in Giappone. Io sono a conoscenza di soli due casi in cui il genitore a cui è stato sottratto il figlio ha ottenuto l’affidamento. Ero presente in aula quando fu pronunciata una di queste sentenze ed è stato proprio appellandosi alla 766 che il genitore è riuscito a ottenerla”. 

Poi però la sentenza è stata ribaltata dall’Alta Corte e la Corte Suprema non ha accolto l’appello. L’Alta Corte nella sua sentenza ha usato proprio il termine ‘continuità’, per cui il bambino doveva restare col genitore che lo aveva sottratto. Questa sentenza contraddice l’articolo 766. Molto semplicemente i giudici non lo applicano correttamente o, piuttosto, non lo applicano proprio”.

Tommaso lancia il suo appello: “Chiediamo al governo italiano una presa di posizione ufficiale. L’Ambasciata italiana a Tokyo ci sta aiutando molto, si è fatta promotrice di un’iniziativa, interpellando gli Ambasciatori dell’Unione Europea con cittadini che hanno avuto problemi di diritto di famiglia in Giappone. Noi chiediamo che i diritti dei bambini vengano rispettati. Vogliamo solo fare quello che dobbiamo fare: i genitori”.

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