La battaglia di 7 papà: “In Giappone cancellati i nostri diritti sui figli”

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Cara Maria, siamo un gruppo di sette padri italiani che da anni vivono e lavorano in Giappone, con famiglia e nove figli in tutto. Dopo la separazione ci viene sistematicamente negata non solo la patria potestà ma anche la possibilità di vederli, nonostante tre di noi siano tuttora sposati. In Giappone non esiste l’affido condiviso e quando una coppia divorzia, spesso la figura del padre viene cancellata. Non siamo considerati necessari in una cultura dove gli uomini sono completamente assorbiti dal lavoro. I tribunali affidano la potestà genitoriale costantemente al genitore che porta via di casa i bambini per primo (quasi sempre la madre). Qui casomai c’è il diritto del minore a frequentare il padre, ma non viceversa, ma quando un bambino viene fatto crescere senza il padre, dicendogli addirittura che è morto, sarà difficile che poi lotti per il suo diritto. Non siamo solo noi stranieri le vittime di questo sistema. Le cifre sono enormi: quasi tre milioni di bambini giapponesi, negli ultimi vent’anni, sono cresciuti senza poter vedere uno dei genitori. La situazione non è cambiata nemmeno modificando la legge, perché purtroppo viene ignorata dai giudici. In questo momento, non sappiamo dove si trovano i nostri figli. Il governo italiano è a conoscenza del problema ma non ha ancora fatto assolutamente nulla, liquidando queste come semplici «questioni coniugali». Abbiamo appena scritto una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I nostri bambini sono anch’essi cittadini italiani e vanno protetti. Non ci arrenderemo mai, e vi preghiamo di aiutarci a diffondere questo appello.

Sette papà italiani che lottano per i loro 9 figli. Una triste storia di Natale che arriva da lontano, dal Giappone dove in caso di affidamento di minori vige una assurda abitudine: chi prima li porta via, vince. Una specie di ruba-bandiera sulla pelle dei bambini, inammissibile quando in gioco c’è l’affetto dominante della vita. Avete ragione cari papà, il governo italiano dovrebbe intervenire, subito, cercare una mediazione diplomatica, manifestare il proprio sconcerto per una vicenda che non può essere liquidata come «privata» come la considera invece il Giappone che, ricordiamo, è stato definito «black hole of child abduction», ossia il buco nero delle sottrazioni di minori. (Sarebbe sempre bene ricordarselo in caso si decida di mettere su famiglia con un cittadino del Sol Levante).

Quando nel 2014 il Giappone ha finalmente aderito alla Convenzione dell’Aja si sperava in una nuova era. E invece poco è cambiato, anche perché la convenzione vale solo quando i figli sono rapiti e portati all’estero oppure non vengono fatti rientrare nel Paese abituale di residenza. E nel caso di questi 7 padri, per esempio, non è applicabile visto che il rapimento dei minori è avvenuto «a casa».

Il Giappone è una società modernissima e nello stesso arcaica, che fatica a cambiare usanze millenarie. Qui si ignora anche la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Onu, anche se è stata ratificata. La situazione non è cambiata nemmeno modificando la legge, perché purtroppo viene ignorata da giudici che continuano a prediligere il «principio di continuità» (ossia l’abitudine dei bambini di stare con il genitore che li ha rapiti) rispetto a quelli che sono i diritti umani basilari, come ci spiegano i sette firmatari della lettera. Ma nel caso dei minori sottratti a uno dei due genitori il governo è costretto ormai a una seria riflessione e a intervenire con una nuova legge (dicono entro l’estate) visto che il problema non riguarda solo i cittadini stranieri ma anche tanti papà (e mamme) giapponesi. E deve far riflettere il fatto che i suicidi per motivi familiari sono in aumento.

Avete scritto in questi giorni di Natale, i più duri da passare senza i figli, al Presidente della Repubblica. E spero veramente che vi risponda e che solleciti il nostro governo ad agire in vostra tutela. Per il Giappone questo dramma è solo «una questione privata», per l’Italia si è trattato fino a oggi di «questioni coniugali». Come dire? Ce ne laviamo le mani. Uno di questi sette papà «combattenti» mi ha raccontato che in Giappone è così comune la loro situazione che quando la racconti ti senti rispondere: «Ah, ti è capitata la moglie che fugge». E allora vorrei ricordare a chi ha responsabilità politiche e di governo che non è facoltativo interessarsi dei connazionali all’estero. E non fatelo solo prima delle elezioni o quando monta l’onda mediatica e siete costretti dagli eventi. Non aspettate, perchè poi succede che: «Ah ti è capitato cittadino che si inc…».

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